Con “D’yer Mak’er”, Uniplux trasforma un classico del rock in un’esperienza musicale diretta, fisica e contemporanea, insieme a Dave Sumner e Anarchybrain
Non tutte le riletture nascono per guardare indietro. Alcune scelgono invece di riportare un brano nel presente, restituendogli energia, materia sonora e libertà interpretativa. È questa la direzione scelta da Uniplux con la nuova versione di “D’yer Mak’er”, storico brano dei Led Zeppelin reinterpretato attraverso un approccio personale, intenso e privo di manierismi nostalgici.
Fabio Nardelli, anima creativa di Uniplux, affronta il celebre pezzo pubblicato nel 1973 con l’obiettivo di conservarne il carattere irregolare e sperimentale, ma traducendolo dentro una visione musicale contemporanea. La nuova produzione mantiene vivo il dialogo tra rock, reggae e groove che rese celebre l’originale, sviluppando però una propria identità sonora fatta di calore analogico, dinamica strumentale e forte presenza chitarristica.
Il progetto si rafforza grazie alla partecipazione di Dave Sumner, figura storica del rock britannico e italiano, e di Fabio Varrone/Anarchybrain, artista poliedrico attivo tra musica, produzione e comunicazione. L’incontro tra queste personalità costruisce un equilibrio credibile tra esperienza, spontaneità esecutiva e attitudine rock.
Al centro rimane la visione di Uniplux, artista che continua a portare avanti un percorso coerente iniziato nella scena punk-rock italiana degli anni Ottanta e sviluppato nel tempo attraverso produzione, scrittura musicale e ricerca espressiva.
Con “D’yer Mak’er”, Uniplux evita volutamente la strada della semplice celebrazione. Il progetto sceglie invece la dimensione del rock vissuto: suonato, corporeo, imperfetto nel senso più autentico del termine. Una musica che non imita il passato, ma ne recupera la capacità di sorprendere.
Il risultato è un omaggio capace di unire generazioni musicali diverse senza perdere spontaneità, restituendo al pubblico un’esperienza sonora energica, libera e profondamente umana.
Per Uniplux, il rock continua a essere questo: un linguaggio vivo, non un museo del suono.